6.01.03
Su: Francesco Piccolo, "Storie di primogeniti e figli unici" Un altro esempio di maniacalità ossessiva, ma stavolta con risultati positivi. Cominciamo con alcuni paragoni: a tratti c¹è un¹ombra di autoironia delicata e ingenua che ricorda vagamente Guareschi; di più ricorda Mozzi e Mari, ma li supera di gran lunga per la vivezza dei personaggi (in Mozzi sono iperanalizzati ma di fatto sono icone, non persone né tantomeno personaggi), per la selezione del narrato e di fatto per la narratività stessa: quelle di Piccolo sono vere narrazioni, dove Mozzi e Mari sembrano più autori di pensieri figurati. In questo superare Mozzi e Mari, Piccolo è avvicinabile anche a Nove, ma a lui è inferiore per levità e vivezza, pare molto più dentro al proprio cervello malato, dove invece Nove sa stare un passo fuori da sé. Senza contare che la lingua di Nove è assai più poetica, suggestiva e intensa di quella di Piccolo. Marco sostiene, con ragione, che in Piccolo c¹è più stupore e meno candore che in Nove, laddove il candore è anche quello della violenza; è assolutamente vero, probabilmente proprio per il fatto che Nove riesce a stare un passo dentro e un passo fuori da sé, osservarsi con disincanto, e produrre così una lucidità amorale e a tratti feroce che invece in Piccolo non c¹è. Ma a me pare, questa, una maggior manifestazione della malattia, in Piccolo: questi suoi personaggi che subiscono il mondo, ne sono vittime inermi, incapaci e non desiderose di darsi spiegazioni, sono forse una forma moderna del mito del fanciullino, e possono magari (io riesco a) essere capiti, essere seducenti per la loro debolezza cronica e un po¹ stolta, come dei piccoli tonti, ma a me irritano, li sento lontanissimi e davvero un po¹ mitici. Al contrario il disincanto lucido e feroce di Nove lo sento vero e puro, mi è vicino. Altra cosa che sostiene Marco (ma poi dice di aver letto Piccolo troppo tempo fa) è che Piccolo riesce a gestire l¹elemento pop, mentre in Nove esso diventa dominante, annichilendo storie e personaggi: il riferimento è alle charms di Piccolo ("Quando il dito indica la luna"). Io dissento, perché semplicemente il pop in Piccolo non c¹è: le charms sono l¹unica ricorrenza, e di fatto sono uno stratagemma furbastro e mal gestito, chiamano l¹identificazione come sempre fa il pop, però poi scompaiono nel racconto, non c¹entrano, il racconto è altro, e rispuntano inopinatamente nel finale. Comunque il libro è buono, molto buono. E¹ denso, utile, attraente, e tecnicamente ben fatto. Il racconto che mi ha ricordato Guareschi è "Il portiere del condominio". Ma anche qui è forte la debolezza del personaggio, uno Zeno in versione mozziana, un inetto. Bello, ma vira eccessivamente sull¹ossessivo, "Dal lato della strada": belle idee e alcuni spunti davvero divertenti, alla Nove, ma proprio troppo troppo ossessivo. Assai belli sia "Quando il dito indica la luna" sia "Le estati del rancore": nel primo finalmente si esce dallo schema del personaggio inetto, e fatalmente si inclina verso Nove; nel secondo alla fine si ricade nell¹inettitudine, ma il non-detto che avvolge il problema insorto nel protagonista nella crescita inclina più alla suggestione che alla iperanalisi ossessiva: è tutto molto messo in scena e molto più efficace dei soliti contorcimenti psicologici di altri racconti, credo che gli giovi molto la dilatazione del tempo del racconto, che accentua la narratività e trattiene l¹introspezione. Mozzianissimo ³Il lavoro che avrebbe voluto fare², benché incorniciato da un incipit e un explicit che spalancano l¹ossessione introspettiva a un contesto, e di fatto è proprio il pregiudizio della madre, immutato dall¹inizio alla fine, che conferisce narratività al tutto. "Santino" inclina molto di più a Nove, ma è troppo melenso per competere. (nota: qui tutti i riferimenti a Nove, Mari e Mozzi fanno capo rispettivamente a "Amore mio infinito", "Tu, sanguinosa infanzia", e "Questo è il giardino", giusto per la precisione.)
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Su: Francesco Piccolo, "Storie di primogeniti e figli unici" Un altro esempio di maniacalità ossessiva, ma stavolta con risultati positivi. Cominciamo con alcuni paragoni: a tratti c¹è un¹ombra di autoironia delicata e ingenua che ricorda vagamente Guareschi; di più ricorda Mozzi e Mari, ma li supera di gran lunga per la vivezza dei personaggi (in Mozzi sono iperanalizzati ma di fatto sono icone, non persone né tantomeno personaggi), per la selezione del narrato e di fatto per la narratività stessa: quelle di Piccolo sono vere narrazioni, dove Mozzi e Mari sembrano più autori di pensieri figurati. In questo superare Mozzi e Mari, Piccolo è avvicinabile anche a Nove, ma a lui è inferiore per levità e vivezza, pare molto più dentro al proprio cervello malato, dove invece Nove sa stare un passo fuori da sé. Senza contare che la lingua di Nove è assai più poetica, suggestiva e intensa di quella di Piccolo. Marco sostiene, con ragione, che in Piccolo c¹è più stupore e meno candore che in Nove, laddove il candore è anche quello della violenza; è assolutamente vero, probabilmente proprio per il fatto che Nove riesce a stare un passo dentro e un passo fuori da sé, osservarsi con disincanto, e produrre così una lucidità amorale e a tratti feroce che invece in Piccolo non c¹è. Ma a me pare, questa, una maggior manifestazione della malattia, in Piccolo: questi suoi personaggi che subiscono il mondo, ne sono vittime inermi, incapaci e non desiderose di darsi spiegazioni, sono forse una forma moderna del mito del fanciullino, e possono magari (io riesco a) essere capiti, essere seducenti per la loro debolezza cronica e un po¹ stolta, come dei piccoli tonti, ma a me irritano, li sento lontanissimi e davvero un po¹ mitici. Al contrario il disincanto lucido e feroce di Nove lo sento vero e puro, mi è vicino. Altra cosa che sostiene Marco (ma poi dice di aver letto Piccolo troppo tempo fa) è che Piccolo riesce a gestire l¹elemento pop, mentre in Nove esso diventa dominante, annichilendo storie e personaggi: il riferimento è alle charms di Piccolo ("Quando il dito indica la luna"). Io dissento, perché semplicemente il pop in Piccolo non c¹è: le charms sono l¹unica ricorrenza, e di fatto sono uno stratagemma furbastro e mal gestito, chiamano l¹identificazione come sempre fa il pop, però poi scompaiono nel racconto, non c¹entrano, il racconto è altro, e rispuntano inopinatamente nel finale. Comunque il libro è buono, molto buono. E¹ denso, utile, attraente, e tecnicamente ben fatto. Il racconto che mi ha ricordato Guareschi è "Il portiere del condominio". Ma anche qui è forte la debolezza del personaggio, uno Zeno in versione mozziana, un inetto. Bello, ma vira eccessivamente sull¹ossessivo, "Dal lato della strada": belle idee e alcuni spunti davvero divertenti, alla Nove, ma proprio troppo troppo ossessivo. Assai belli sia "Quando il dito indica la luna" sia "Le estati del rancore": nel primo finalmente si esce dallo schema del personaggio inetto, e fatalmente si inclina verso Nove; nel secondo alla fine si ricade nell¹inettitudine, ma il non-detto che avvolge il problema insorto nel protagonista nella crescita inclina più alla suggestione che alla iperanalisi ossessiva: è tutto molto messo in scena e molto più efficace dei soliti contorcimenti psicologici di altri racconti, credo che gli giovi molto la dilatazione del tempo del racconto, che accentua la narratività e trattiene l¹introspezione. Mozzianissimo ³Il lavoro che avrebbe voluto fare², benché incorniciato da un incipit e un explicit che spalancano l¹ossessione introspettiva a un contesto, e di fatto è proprio il pregiudizio della madre, immutato dall¹inizio alla fine, che conferisce narratività al tutto. "Santino" inclina molto di più a Nove, ma è troppo melenso per competere. (nota: qui tutti i riferimenti a Nove, Mari e Mozzi fanno capo rispettivamente a "Amore mio infinito", "Tu, sanguinosa infanzia", e "Questo è il giardino", giusto per la precisione.)
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30.12.02
Su: Francesco Piccolo, "Storie di primogeniti e figli unici"

Un altro esempio di maniacalità ossessiva, ma stavolta con risultati positivi.
Cominciamo con alcuni paragoni: a tratti c’è un’ombra di autoironia delicata e ingenua che ricorda vagamente Guareschi;
di più ricorda Mozzi e Mari, ma li supera di gran lunga per la vivezza dei personaggi (in Mozzi sono iperanalizzati ma di fatto sono icone, non persone né tantomeno personaggi), per la selezione del narrato e di fatto per la narratività stessa: quelle di Piccolo sono vere narrazioni, dove Mozzi e Mari sembrano più autori di pensieri figurati.
In questo superare Mozzi e Mari, Piccolo è avvicinabile anche a Nove, ma a lui è inferiore per levità e vivezza, pare molto più dentro al proprio cervello malato, dove invece Nove sa stare un passo fuori da sé. Senza contare che la lingua di Nove è assai più poetica, suggestiva e intensa di quella di Piccolo.
Zero sostiene, con ragione, che in Piccolo c’è più stupore e meno candore che in Nove, laddove il candore è anche quello della violenza; è assolutamente vero, probabilmente proprio per il fatto che Nove riesce a stare un passo dentro e un passo fuori da sé, osservarsi con disincanto, e produrre così una lucidità amorale e a tratti feroce che invece in Piccolo non c’è. Ma a me pare, questa, una maggior manifestazione della malattia, in Piccolo: questi suoi personaggi che subiscono il mondo, ne sono vittime inermi, incapaci e non desiderose di darsi spiegazioni, sono forse una forma moderna del mito del fanciullino, e possono magari (io riesco a) essere capiti, essere seducenti per la loro debolezza cronica e un po’ stolta, come dei piccoli tonti, ma a me irritano, li sento lontanissimi e davvero un po’ mitici. Al contrario il disincanto lucido e feroce di Nove lo sento vero e puro, mi è vicino.
Altra cosa che sostiene Zero (ma poi dice di aver letto Piccolo troppo tempo fa) è che Piccolo riesce a gestire l’elemento pop, mentre in Nove esso diventa dominante, annichilendo storie e personaggi: il riferimento è alle charms di Piccolo ("Quando il dito indica la luna"). Io dissento, perché semplicemente il pop in Piccolo non c’è: le charms sono l’unica ricorrenza, e di fatto sono uno stratagemma furbastro e mal gestito, chiamano l’identificazione come sempre fa il pop, però poi scompaiono nel racconto, non c’entrano, il racconto è altro, e rispuntano inopinatamente nel finale.
Comunque il libro è buono, molto buono. E’ denso, utile, attraente, e tecnicamente ben fatto.
Il racconto che mi ha ricordato Guareschi è "Il portiere del condominio". Ma anche qui è forte la debolezza del personaggio, uno Zeno in versione mozziana, un inetto.
Bello, ma vira eccessivamente sull’ossessivo, "Dal lato della strada": belle idee e alcuni spunti davvero divertenti, alla Nove, ma proprio troppo troppo ossessivo.
Assai belli sia "Quando il dito indica la luna" sia "Le estati del rancore": nel primo finalmente si esce dallo schema del personaggio inetto, e fatalmente si inclina verso Nove; nel secondo alla fine si ricade nell’inettitudine, ma il non-detto che avvolge il problema insorto nel protagonista nella crescita inclina più alla suggestione che alla iperanalisi ossessiva: è tutto molto messo in scena e molto più efficace dei soliti contorcimenti psicologici di altri racconti, credo che gli giovi molto la dilatazione del tempo del racconto, che accentua la narratività e trattiene l’introspezione.
Mozzianissimo “Il lavoro che avrebbe voluto fare”, benché incorniciato da un incipit e un explicit che spalancano l’ossessione introspettiva a un contesto, e di fatto è proprio il pregiudizio della madre, immutato dall’inizio alla fine, che conferisce narratività al tutto.
"Santino" inclina molto di più a Nove, ma è troppo melenso per competere.
(nota: qui tutti i riferimenti a Nove, Mari e Mozzi fanno capo rispettivamente a "Amore mio infinito", "Tu, sanguinosa infanzia", e "Questo è il giardino", giusto per la precisione.)
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Un altro esempio di maniacalità ossessiva, ma stavolta con risultati positivi. Cominciamo con alcuni paragoni: a tratti c’è un’ombra di autoironia delicata e ingenua che ricorda vagamente Guareschi; di più ricorda Mozzi e Mari, ma li supera di gran lunga per la vivezza dei personaggi (in Mozzi sono iperanalizzati ma di fatto sono icone, non persone né tantomeno personaggi), per la selezione del narrato e di fatto per la narratività stessa: quelle di Piccolo sono vere narrazioni, dove Mozzi e Mari sembrano più autori di pensieri figurati. In questo superare Mozzi e Mari, Piccolo è avvicinabile anche a Nove, ma a lui è inferiore per levità e vivezza, pare molto più dentro al proprio cervello malato, dove invece Nove sa stare un passo fuori da sé. Senza contare che la lingua di Nove è assai più poetica, suggestiva e intensa di quella di Piccolo.Marco sostiene, con ragione, che in Piccolo c’è più stupore e meno candore che in Nove, laddove il candore è anche quello della violenza; è assolutamente vero, probabilmente proprio per il fatto che Nove riesce a stare un passo dentro e un passo fuori da sé, osservarsi con disincanto, e produrre così una lucidità amorale e a tratti feroce che invece in Piccolo non c’è. Ma a me pare, questa, una maggior manifestazione della malattia, in Piccolo: questi suoi personaggi che subiscono il mondo, ne sono vittime inermi, incapaci e non desiderose di darsi spiegazioni, sono forse una forma moderna del mito del fanciullino, e possono magari (io riesco a) essere capiti, essere seducenti per la loro debolezza cronica e un po’ stolta, come dei piccoli tonti, ma a me irritano, li sento lontanissimi e davvero un po’ mitici. Al contrario il disincanto lucido e feroce di Nove lo sento vero e puro, mi è vicino.Altra cosa che sostiene Marco (ma poi dice di aver letto Piccolo troppo tempo fa) è che Piccolo riesce a gestire l’elemento pop, mentre in Nove esso diventa dominante, annichilendo storie e personaggi: il riferimento è alle charms di Piccolo ("Quando il dito indica la luna"). Io dissento, perché semplicemente il pop in Piccolo non c’è: le charms sono l’unica ricorrenza, e di fatto sono uno stratagemma furbastro e mal gestito, chiamano l’identificazione come sempre fa il pop, però poi scompaiono nel racconto, non c’entrano, il racconto è altro, e rispuntano inopinatamente nel finale.Comunque il libro è buono, molto buono. E’ denso, utile, attraente, e tecnicamente ben fatto.Il racconto che mi ha ricordato Guareschi è "Il portiere del condominio". Ma anche qui è forte la debolezza del personaggio, uno Zeno in versione mozziana, un inetto. Bello, ma vira eccessivamente sull’ossessivo, "Dal lato della strada": belle idee e alcuni spunti davvero divertenti, alla Nove, ma proprio troppo troppo ossessivo. Assai belli sia "Quando il dito indica la luna" sia "Le estati del rancore": nel primo finalmente si esce dallo schema del personaggio inetto, e fatalmente si inclina verso Nove; nel secondo alla fine si ricade nell’inettitudine, ma il non-detto che avvolge il problema insorto nel protagonista nella crescita inclina più alla suggestione che alla iperanalisi ossessiva: è tutto molto messo in scena e molto più efficace dei soliti contorcimenti psicologici di altri racconti, credo che gli giovi molto la dilatazione del tempo del racconto, che accentua la narratività e trattiene l’introspezione. Mozzianissimo “Il lavoro che avrebbe voluto fare”, benché incorniciato da un incipit e un explicit che spalancano l’ossessione introspettiva a un contesto, e di fatto è proprio il pregiudizio della madre, immutato dall’inizio alla fine, che conferisce narratività al tutto. "Santino" inclina molto di più a Nove, ma è troppo melenso per competere. (nota: qui tutti i riferimenti a Nove, Mari e Mozzi fanno capo rispettivamente a "Amore mio infinito", "Tu, sanguinosa infanzia", e "Questo è il giardino", giusto per la precisione.)
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